arzama-32 maurizio cintioli

Arzamas-32 – intervista a Anatoly Renko

L’intervista a Anatoly Renko fa parte del progetto Arzamas-32 realizzato interamente utilizzando programmi di intelligenza artificiale. I fatti raccontati sono di pura fantasia.

Anatoly Renko all’età di 91 anni nella sua casa di Mosca


Domanda: Signor Renko, cosa l’ha portata ad Arzamas-32 nell’estate del 1964?
Risposta: Ero stato incaricato da un’agenzia sovietica di fotografare la vita quotidiana in quella che veniva presentata come una città modello. Arzamas-32 era un “gioiello” del socialismo: fabbriche moderne, case nuove, servizi sociali che in altre regioni sembravano un miraggio. Io stesso ero curioso di vedere con i miei occhi quella realtà.

Domanda: Quali furono le sue prime impressioni sulla città?
Risposta: Sembrava quasi una vetrina del futuro. Le strade erano pulite, i negozi ben forniti, la gente era sorridente e fiera di vivere lì. Ma dietro quell’immagine di modernità, percepivo anche una certa tensione, come se tutti sapessero che la loro vita dipendeva totalmente dal “sistema”.

Domanda: Cosa ricorda del giorno del disastro?
Risposta: Il 22 settembre fu una giornata anomala. Ricordo un fischio improvviso, come di vapore sotto pressione. Poi un enorme boato arrivato dalla centrale. Subito dopo, una colonna di fumo nero e brillante, innaturale. Non ci furono annunci o evacuazioni. La gente uscì in strada spaventata, ma senza sapere cosa stesse succedendo. Io stesso capii solo col tempo che la turbina era esplosa e che stavamo respirando la contaminazione.

Domanda: Come reagì la popolazione nei giorni seguenti?
Risposta: I cittadini erano confusi. Le scuole rimasero aperte, così come le fabbriche. I giornali locali tacevano. Solo qualche medico parlava sottovoce di “incidenti alla centrale”. Ma non c’era possibilità di fuggire: la città era chiusa e sotto sorveglianza. Io scattavo foto, quasi ossessivamente, per fissare quei momenti: i volti preoccupati, le strade deserte a tratti, i soldati che apparvero poche ore dopo il disastro.

Domanda: C’era la consapevolezza di un disastro nucleare?
Risposta: No, questa parola non fu mai pronunciata. Ufficialmente era stato un incendio, nulla più. Ma nel giro di settimane la gente cominciò ad ammalarsi. Tosse secca, perdita di capelli, febbri misteriose. Io fotografavo anche questo, ma sapevo che quelle immagini non potevano circolare. Per molti anni tenni i rullini nascosti.

Domanda: Cosa provava mentre fotografava la tragedia intorno a lei?
Risposta: Mi sentivo diviso. Da un lato il dovere e l’istinto del fotografo: raccontare, fissare la realtà. Dall’altro la paura, il dolore. Conoscevo alcune delle persone che ho poi visto ammalarsi, spegnersi lentamente. Fotografarli fu una forma di testimonianza, ma anche di impotenza.

Anatoly Renko inverno 1964

Domanda: Quando comprese che quel disastro sarebbe stato occultato?
Risposta: Pochi mesi dopo era ormai chiaro. Non ci furono commemorazioni, nessun riconoscimento ufficiale. Nel 1965, quando trasferirono i sopravvissuti e chiusero le fabbriche, si capì che volevano cancellare tutto. Arzamas-32 già non esisteva più sulla carta.

Domanda: Perché non poté pubblicare le fotografie per così tanto tempo?
Risposta: Ogni scatto che non rientrava nella narrazione ufficiale rischiava di essere considerato “propaganda ostile”. Le mie foto sarebbero state sequestrate immediatamente e io stesso arrestato. Solo nascondendole e tacendo potei salvarle. Erano immagini proibite, perché mostravano la verità.

Domanda: Quali difficoltà incontrò nel proseguire la sua carriera di fotografo dopo Arzamas-32?
Risposta: Fu una condanna silenziosa. Non mi arrestarono, ma ero sotto sorveglianza costante. Venni escluso dagli incarichi pubblici più rilevanti e relegato a lavori minori: fiere agricole, ritratti ufficiali, manifestazioni politiche. Fotografare la realtà autentica divenne impossibile; ogni volta che provavo a uscire dai binari imposti, mi ricordavano che ero “un uomo osservato”.

Domanda: Cosa significano oggi per lei quelle foto?
Risposta: Sono la memoria di chi non ebbe voce. Ogni volto ritratto, ogni scena che ho catturato, è un frammento della verità sottratta a quella città. Se oggi se ne parla, è grazie a quelle immagini che hanno resistito al tempo, alla paura e alla censura.